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LA FURIA di Alan D. Altieri
Magdeburg: La Furia (Vol. 2 della trilogia Magdeburg)
Ed.Corbaccio 2005 - pag. 856
Generi: Storico/azione/fantasy
A cura di Russell

Le Furie della mitologia romana, equivalenti delle Erinni del mondo greco, erano divinità che perseguitavano chi violava l'ordine morale, personificavano la vendetta punitiva, specie per i delitti tra consanguinei.
Nel mito classico greco erano dee nate dal sangue di Urano ferito che aveva bagnato la terra. Il loro compito era portare la giustizia divina dove quella degli uomini non poteva arrivare: uccidevano direttamente o perseguitavano fino alla follia il loro bersaglio.
Come le Furie della mitologia romana, anche la Furia di Altieri irrompe sospinta dal vento, come quello che soffia incessante sul cuore dell'Europa martoriato dalla guerra e dalla peste, come quello da cui emerge, nel tipico incipit altieriano, la figura del viandante in nero.
Un viandante che non è più solo: molte strade si sono ricongiunte e molte altre si ricongiungeranno in questo secondo capitolo, in cui l'autore mantiene inalterata la tensione rivelando poco a poco elementi appena accennati nel primo volume.
Lo scenario è ancora la Germania dei primo anni del XVII secolo, la nazione in cui era nato uno dei tanti regni di Dio in terra, trasformatosi come troppo spesso accade nell'ennesimo inferno.
La tavolozza dei colori è ancora una volta povera in quantità e quasi insostenibile per intensità: il grigio del paesaggio sofferente e il rosso del sangue e delle fiamme sono stavolta affiancati dal bianco della neve, perfetta tela da colorare con arabeschi di sangue.
Il nero dei corvi e delle tenebre completa il quadro.
Le reiterazioni nel linguaggio creano uno scenario mutilato, distorto, violentato e agiscono come fissante dei colori sulla tela.
Ancora una volta la guerra e la violenza sono padrone della scena, e non potrebbe essere altrimenti: questa è la Guerra Eterna, una parte di quella catena di devastazioni che segna la nostra storia e in cui ogni volta ci illudiamo di aver toccato il fondo.
Questo è il Secolo di Ferro.
È la Germania del 1630 : non importa in realtà, potrebbe essere Pristina, Dresda, Hanoi, il Ruanda, L'Armenia.
In questo secondo capitolo assistiamo ancor più nitidamente che nel primo al disgregarsi della struttura sociale dell'uomo, ormai azzerata, e al sorgere dell'istintualità più animale.
Quello che balza ai nostri occhi è che il comportamento dei branchi di esseri umani non è diverso da quello dei branchi di belve fameliche che si aggirano ovunque: puro istinto, desiderio di sopravvivenza, aggressività.
La guerra distrugge le persone e le strutture: quelle fatte di pietre e mattoni certo, ma soprattutto quelle fatte di legami umani.
Uccidere, aggredire...improvvisamente diventa facile, diventa addirittura normale; non esistono più freni e le persone che prima venivano viste come vicini, addirittura come modelli, diventano bersagli.
Tutti sono preda della furia: sono pochi quelli che vi si oppongono e che tentano di mantenere o riguadagnare la loro umanità. Molto spesso sono le vittime, le persone che in qualche modo hanno visto l'abisso e ne sono state salvate a conservare viva la speranza e a mostrare barlumi di civiltà.
Anche chi dovrebbe mantenere l'equilibrio sociale, chi governa, è irrimediabilmente perduto: il caos non è un nemico da combattere, ma solo un'occasione da sfruttare per cercare di modificare gli equilibri in gioco... o per far saltare ogni equilibrio.
Ecco quindi che una terra già annientata diventa oggetto delle brame di conquista dei Signori della Guerra, anch'essi per nulla diversi dai cani selvatici che si sbranano tra loro per un brandello di carne.
Vedono quello che succede eppure sono incapaci di fermarsi. La loro corsa per il potere e verso la distruzione continua inesorabile.
Si intrecciano trame che passano attraverso la Francia, lo Stato Pontificio, Il Regno di Svezia, Il Regno degli Asburgo.
Alleanze vengono strette e spezzate: protestanti contro cattolici, uomini contro altri uomini, tutti contro tutti.
Sullo sfondo Magdeburgo, la possente roccaforte protestante sulle rive del fiume Elba, inizia a sgretolarsi e mostrare i segni inevitabili del crollo... dal suo interno.
Primo segno della sua stessa distruzione, la perdita di umanità. Già ne "L'Eretico" l'armageddon di Magdeburgo si era annunciato come poi altri si annunceranno nella storia: con il rogo dei libri, con la persecuzione razziale.
Magdeburgo aspetta, inespugnata, immortale. Aspetta la sua distruzione.
Ancora una volta dunque Altieri intreccia le storie individuali create dall'autore con la Storia: la preparazione di un massacro tra i più tragici, una delle pagine più insanguinate in un libro già scritto con il sangue, quello della guerra dei trent'anni.
A Magdeburgo di 30.000 persone ne sopravviveranno circa 5000...perché nella realtà storica chi doveva mantenere il controllo (ma è possibile realmente in guerra?) lo ha perso...perché il controllo è stato preso invece dalla Furia e la soldataglia mercenaria si è gettata sull'ultimo banchetto rimasto come un branco di belve fameliche.
Per gli anni a seguire Magdeburgo significherà sterminio totale e i protestanti, uccidendo i cattolici, parleranno di giustizia di Magdeburgo.
Un massacro perpetrato nel nome di quel "Gott Mitt Uns" di triste memoria, quel "Dio e con noi" che riecheggiava a infondere coraggio nei soldati, ma soprattutto a giustificare per tutti ogni tipo di orrore.
L'Europa in cui viviamo è nata da quella sorta dalle rovine di questo conflitto: le nostre gambe affondano anche in queste ceneri.
Ve l'avevo detto: è la Germania del 1630, ma potrebbe essere Pearl Harbor, New York 9/11, Gerusalemme in un anno qualsiasi.
Tutto si può fare, tutto normale, nessun limite: Dio è con noi.
Per molti però l'unico vero Dio è il potere, e mentre si può addirittura arrivare ad avere un Dio in comune... in ogni caso mai si arriverà a dividere il potere.
E proprio il desiderio, la brama sfrenata, è il cibo della Furia di Alan D. Altieri.
In conclusione la Furia è tutto quello che era l'Eretico, ma riesce ad essere al tempo stesso molto di più.
Le avventure individuali sono qui incastonate alla perfezione nella Storia: i personaggi di fantasia dialogano con quelli storici facendoci domandare spesso chi di loro sia realmente esistito.
Ecco allora che ci imbattiamo in Von Wallenstein, il signore della guerra qui magistralmente tratteggiato, in Tserclaes von Tilly e von Pappenheim, tutti condottieri realmente esistiti, che qui prendono vita e agiscono da co-protagonisti.
Con loro prende vita l'intero mondo militare di quegli anni descritto con una dovizia di particolari impareggiabile e addirittura maggiore di quanto già fatto ne "L'Eretico". Alan D. Altieri fa assumere ai personaggi le "poste" della scherma rinascimentale (di cui gli italiani erano maestri) per accrescere il realismo e centra l'obiettivo perfettamente: i duelli all'arma bianca raccontati in questo romanzo sono i più incredibilmente vividi mi sia mai capitato di leggere e l'azione può essere seguita perfettamente, dalla preparazione all'esecuzione del colpo.
Come sempre poi abbondano i dettagli relativi alle armi, agli stendardi, all'architettura delle strutture.
Tutto questo contribuisce ad aiutarci a visualizzare il mondo in cui l'azione si svolge, a renderlo vivido e vivo, sempre dipinto con quella maledetta tavolozza di nero, rosso, bianco e scale di grigio.
È sorprendente come nelle oltre 800 pagine di questo secondo volume, Altieri non si limiti a creare un semplice passaggio verso le vicende conclusive, ma anzi si prenda tutto lo spazio che gli serve per raccontare, chiarire, osservare e contemporaneamente instillare altri dubbi nelle nostre menti.
I personaggi già presenti nel primo volume guadagnano ulteriore spessore, mano a mano che se ne capisce la psicologia e se ne intuiscono le ragioni.
Di nuovo un capolavoro dunque e ancora una volta sarà difficile ingannare l'attesa; aspettiamo anche noi, come Magdeburgo aspetta la sua fine.
Aspettiamo l'arrivo del Demone.

Trilogia Magdeburg
1. L'Eretico
2. La Furia
3. Il Demone

HANNO DETTO
"In un lontano ma così vicino mondo di portatori insani di certezze, Altieri rifiuta la parte del narratore omnisciente. Testimonia la necessità del dubbio, ne fa una cifra morale e stilistica. E ci cosegna un'autorevole leggenda."
La Repubblica



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