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UNA COSA DA NULLA di Mark Haddon
Titolo originale: A spot of bother
© Einaudi, 2006 -pag.358
A cura di Colleen
Haddon colpisce ancora, dopo il grande successo
de 'Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte' eccolo di ritorno con
un nuovo romanzo con niente da invidiare a quello precedente.
La trama si sviluppa intorno alla storia, la vita, le complicazioni, le
paranoie di una famiglia. George, Jean, Jamie e Katie ci aprono le porte
sul loro mondo, un mondo apparentemente perfettamente normale che si rivela
invece una sorta di buco nero nel quale vengono trascinati inesorabilmente
tutti i personaggi.
Frammenti di storie che concorrono a formare un'unica grande storia.
La scelta di Haddon è chiara: capitoli brevi e repentini cambi del punto
di vista.
Il risultato? Una narrazione veloce ed immediata, interessante e ricca.
I personaggi risultano perfettamente delineati, con una psicologia complessa
ma articolata, raccontano la loro storia usando le loro parole.
Amori, problemi, malattie, bambini, entriamo in un altro mondo in cui
le nostre regole non viggono più, lo scrittore diventa creatore di un
mondo, creatore dei suoi abitanti. Riesce a farci pensare esattamente
quello che vuole lui, ci costringe in una maniera dolcissima. Anche se
in quest'atmosfera del 'non è come sembra' c'è un epilogo che riavvolge
tutta la faccenda, tirando le somme nella maniera più indolore possibile.
Un lieto fine insomma, qualcosa da dire al riguardo? Il guaio del nostro
secolo è che nessuno ci crede più nei lieti fini.
Estratto
Katie aveva passato una settimana di merda.
Lunedì arrivano i programmi del festival e Patsy, che fa ancora errori
di ortografia, lascia tutti di sale notando un fatto, e cioè che la foto
di Terry Jones a pagina sette in realtà è una foto di Terry Gilliam. Aidan
strapazza Katie, perché ammettere di averla fatta grossa non è fra le
competenze apprese nel suo master di economia aziendale. Lei si licenzia.
Lui respinge le dimissioni. E Patsy piange perché la gente urla.
Esce presto per riprendere Jacob dall'asilo e Jackie le dice che ha morso
altri due bambini. Lei lo prende da parte e lo sgrida, dandogli del coccodrillo
cattivo di A Kiss Like This. Ma Jacob quel giorno non recrimina.
Quindi lei lascia perdere e lo porta a casa, dove non gli dà lo yogurt
finché non hanno fatto una chiacchierata sul vizio di mordere, il che
le provoca probabilmente lo stesso tipo di frustrazione subita dal professor
Benson quando facevano Kant all'università.
- Era il mio trattore - dice Jacob.
- Veramente il trattore è di tutti - dice Katie.
- Ci stavo giocando io.
- E Ben non avrebbe dovuto prendertelo. Ma non per questo hai il diritto
di dargli un morso.
- Ci stavo giocando io.
- Se stai giocando con qualcosa e qualcuno tenta di prendertela, devi
gridare e dirlo a Jackie, o a Bella, o a Susie.
- Ma tu hai detto che non devo gridare.
- Gridare va bene quando sei veramente molto, molto arrabbiato. Però mordere
è vietato. O picchiare qualcuno. Perché tu non vuoi che gli altri mordano
o picchino te, vero?
- Ben morde - dice Jacob.
- Ma tu non vuoi essere come Ben.
- Adesso mi puoi dare il mio yogurt?
- Prima devi capire che mordere le persone è una brutta cosa.
- Ho capito - fa Jacob.
- Dire che hai capito non è la stessa cosa che capire.
- Ma lui voleva prendermi il mio trattore.
A questo punto entra Ray e offre il consiglio tecnicamente corretto che
è controproducente abbracciare Jacob mentre lo sgrida, dandole il destro
di esemplificare all'istante una situazione in cui è possibile gridare
con qualcuno quando si è veramente molto, molto arrabbiati.
Ray si mantiene furiosamente calmo fino a quando Jacob gli dice di non
fare arrabbiare la mamma, perché «tu non sei il mio vero papà», al che
lui va in cucina e spacca in due il tagliere.
Jacob la fissa con uno sguardo torvo da trentacinquenne e dice brusco:
- Adesso mangio il mio yogurt - passando poi a consumarlo davanti a Thomas
the Tank Engine.
L'indomani mattina Katie cancella l'appuntamento dal dentista e passa
il giorno libero portando Jacob in ufficio, dove lui si comporta come
uno scimpanzé demente mentre lei e Patsy inseriscono cinquemila biglietti
errata corrige. Entro l'ora di pranzo lui ha fatto scendere la
catena della bici di Aidan, ha svuotato uno schedario e si è rovesciato
una cioccolata calda nelle scarpe.
Venerdì Katie per la prima volta in due anni prova un autentico sollievo
quando arriva Graham e glielo leva di torno per quarantotto ore.
Sabato mattina Ray esce per andare a giocare a calcetto, e lei commette
lo sbaglio di tentare di pulire la casa. Sta spostando il divano per raggiungere
la lanugine, il viscidume e i pezzi di giocattoli sotto di esso quando
sente uno strappo nella schiena. All'improvviso si ritrova con un dolore
atroce, e a camminare come il maggiordomo in un film di vampiri.
Ray scalda qualcosa per cena al microonde e azzardano una scopata ortopedica,
a bassa intensità, però l'ibuprofene sembrava averla anestetizzata in
tutte le parti indispensabili.
La domenica alza bandiera bianca ritirandosi sul divano e tenendo a bada
il senso di colpa della cattiva madre a forza di cassette di Cary Grant.
Adesso erano le sei, e arrivò Graham con Jacob.
Ray era sotto la doccia, quindi andò lei ad aprire per poi tornare barcollando
alla sedia in cucina.
Graham le chiese cosa c'era che non andava, ma Jacob era troppo preso
a spiegarle che si era divertito come un matto al museo di storia naturale.
- E poi c'erano... c'erano gli scheletri dei lelefanti e dei ceronti e...
e... i dinosauri erano dinosauri fantasma.
- Stavano tinteggiando una delle sale, - spiegò Graham. - Hanno coperto
tutto con dei teloni, per la polvere.
- E papà ha detto che potevo stare alzato fino a tardi. E abbiamo mangiato...
abbiamo mangiato... l'ovino-ovò. E il tosto. E io l'ho aiutato. E ho preso
uno stregosauro di cioccolato. Al museo. E c'era anche uno scoiattolo
morto. Nel giardino di...; nel giardino di papà. Aveva i vermi. Dentro
gli occhi.
Katie tese le braccia. - Non fai un bell'abbraccione alla mamma?
Ma Jacob era un fiume in piena. - E...; e...; e siamo andati sul bus a
due piani, e ho tenuto i bigliettini.
Graham si accovacciò. - Fermo un attimo, piccolo uomo. Ho paura che la
tua mamma si sia fatta male -. Appoggiò un dito alle labbra di Jacob e
si rivolse a Katie. - Che cosa ti è successo?
- Ho il mal di schiena. Mi è venuto spostando il divano.
Graham guardò Jacob con serietà. - Tu devi fare il bravo con la mamma,
ma davvero. Non devi farle brutti scherzi. Promesso?
Jacob guardò Katie. - Hai la bua alla schiena?
- Un po'. Ma un abbraccio del mio scimmiotto mi farà stare molto meglio.
Jacob non si mosse.
Graham si alzò in piedi. - Beh, si fa tardi.
Jacob cominciò a piagnucolare. - Non voglio che il mio papà va via.
Graham gli arruffò i capelli. - Scusami, comandante. Ho paura che non
ci sia niente da fare.
- Dài, Jacob... su -. Katie tese nuovamente le braccia. Lasciati fare
una coccola.
Ma Jacob si stava slanciando in uno stato di autentica disperazione da
melodramma, tirava pugni all'aria e prendeva a pedate la sedia più vicina.
- Non andare via. Non andare.
Graham provò a trattenerlo, non foss'altro che per impedirgli di farsi
male. - Ehi, ehi, ehi...- Normalmente se ne sarebbe andato. Avevano imparato
a essere duri. Ma normalmente lei sarebbe stata in grado di prendere Jacob
fra le braccia e stringerlo a sé mentre Graham batteva in ritirata.
Jacob pestò i piedi. - Nessuno...; nessuno mi ascolta... io voglio...
è cattivo...;
Dopo tre o quattro minuti Ray comparve sulla porta con un asciugamano
attorno ai fianchi. A lei non importava più quello che avrebbe detto,
né la possibile reazione di Graham. Ray si avvicinò a Jacob, se lo caricò
sulla spalla e sparì.
Non ci fu il tempo di reagire. Si limitarono a guardare la porta chiusa
e ad ascoltare gli strilli che si affievolivano mentre Ray e Jacob salivano
le scale.
Graham si alzò in piedi. Per un momento lei pensò che avrebbe fatto qualche
commento mordace, e non era sicura di sopportarlo. Invece disse: - Faccio
un tè, - ed era la cosa più gentile che le avesse detto da tanto tempo.
- Grazie.
Accese il bollitore. - Mi guardi in modo strano.
- La camicia...; è quella che ti avevo comprato per Natale.
- Sì. Cazzo. Scusami. Non ho fatto...
- No, non volevo dire... - Katie stava piangendo.
- C'è qualcosa che non va? - Tese la mano per toccarla, ma si bloccò.
- No, no... sto bene. Scusami.
- Qualche problema? - le domandò Graham.
- Ci sposiamo - Adesso stava veramente piangendo. - Oh, merda... non dovrei...
Lui le diede un fazzoletto di carta. - È una bella notizia.
- Lo so - Si soffiò rumorosamente il naso. - E tu? Ci sono novità?
- Oh, niente di che.
- Racconta - disse Katie.
- Prima uscivo con una mia collega - Si fece dare il fazzolettino fradicio
e gliene passò uno pulito. - Però non ha funzionato. Voglio dire, lei
era proprio in gamba, ma...; faceva la doccia con la cuffia da piscina,
per non bagnarsi i capelli.
Graham tirò fuori dei biscotti ai fichi e parlarono di argomenti privi
di insidie. Ray che aveva fatto una figura di merda con Jamie. La nonna
di Graham che aveva fatto la modella per un catalogo di modamaglia.
Dopo dieci minuti Graham disse che doveva andare. Katie si rattristò.
Ne fu sorpresa, e lui si trattenne appena a sufficienza per far capire
che provava la stessa sensazione. Ci fu un breve momento in cui uno dei
due avrebbe potuto dire qualcosa di inadatto. Ma lui tagliò corto.
- Abbi cura di te, eh? - La baciò piano, sulla fronte, e uscì.
Katie restò seduta in silenzio per qualche altro minuto. Jacob aveva smesso
di piangere, e lei si rese conto di non avere più sentito dolore mentre
parlava insieme a Graham. E adesso il dolore era tornato peggio di prima.
Inghiottì altre due pasticche di ibuprofene con un bicchiere d'acqua,
poi salì faticosamente la scala. Erano nella cameretta di Jacob. Katie
si fermò fuori infilando la testa nella porta.
Jacob era steso sul letto a faccia in giù, lo sguardo al muro. Ray sedeva
vicino a lui, dandogli dei buffetti sul sedere e cantando Ten Green
Bottles con una voce bassissima e completamente stonata.
Katie si era rimessa a piangere. Non voleva che Jacob la vedesse. E nemmeno
Ray, a dire il vero. Quindi si voltò e tornò in cucina senza far rumore.

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