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Mille Splendidi Soli

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...il piacere della lettura

MILLE SPLENDIDI SOLI di Khaled Hosseini
Titolo originale: A Thousand Splendid Suns
© Piemme, 2007 - pag. 432
A cura di Silvia (2007)

"Come l'ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell'uomo trova sempre una donna cui dare la colpa."

Hosseini, dopo il successo de "Il Cacciatore di Aquiloni" ci fa nuovamente percorrere le polverose e desolate strade afghane tra Herat e Kabul, attraverso gli ultimi trent'anni di guerra, ma esplorando questa volta il fragile mondo delle donne.
Mariam è un harami, una bastarda nata fuori dal matrimonio e costretta a vivere con la madre su una collina fuori dalla città, aspettando con trepidazione le visite del padre che ama al di sopra di ogni cosa, nonostante sia stata messa in guardia sul significato di essere donna "Ogni fiocco di neve è il sospiro di una donna infelice da qualche parte del mondo".
Seguiamo la sua storia fin quando non diventa moglie infelice del violento Rashid per poi conoscere, anni dopo, Laila, la figlia della sua vicina di casa.
Laila proviene da una famiglia completamente diversa da quella di Mariam, più aperta, moderna, convinta che anche la donna debba avere il suo posto nel mondo.
A un certo punto le vite di Mariam e Laila si incrociano e il loro cammino diventa uno solo: prima tanto diverse, ora così simili. Sono donne che combattono, lottano e soffrono in silenzio, si piegano, ma non si spezzano. Donne che trovano nell'amore la fonte da cui abbeverarsi e il senso della loro esistenza.

Hosseini con la consueta sensibilità e il medesimo pathos ci regala un altro libro capace di commuovere, e di farci vedere la devastante realtà della guerra, già letta nel suo precedente romanzo, attraverso gli occhi di Mariam e Laila, da sotto il burka, attraverso le pareti della loro casa.
Non c'è necessità di sapere troppo della trama, bisogna lasciarsi trasportare dagli eventi, dai passaggi generazionali, dalla storia che come una morsa attanaglia, stringe e strazia.
Ci si commuove davanti alle discriminazioni, ci si arrabbia per le umiliazioni inflitte gratuitamente e si scopre un mondo, che per quanto già noto attraverso tv e giornali, non lo è mai abbastanza; ne comprendiamo le cause, il dolore, le ingiustizie. Le sentiamo sulla pelle e sentiamo quanto male facciano.

Il finale fa intravedere una speranza, anche se il presente ci insegna che il valore dei pochi non riesce a ribaltare ideali arcaici e radicati, troppo difficili da estirpare, ma è un inizio. E da qualche parte si deve pur partire.

LA FRASE

"Certa gente non è mai abbastanza morta."

Curiosità

- La Dreamworks di Steven Spielberg sta preparando un film che uscirà nelle sale italiane nei primi mesi del 2008.

L'Inizio del Romanzo

Mariam aveva cinque anni la prima volta che sentì la parola harami.
Accadde di giovedì. Doveva essere per forza un giovedì, perché ricordava di essersi sentita inquieta e pensierosa tutto il giorno, come le capitava di sentirsi soltanto di giovedì, il giorno in cui Jalil veniva a trovarla alla kolba. Per far passare il tempo sino al momento del suo arrivo, quando finalmente l'avrebbe visto salutare con la mano mentre attraversava la radura con l'erba alta sino al ginocchio, Mariam era salita su una sedia e aveva tirato giù il servizio da tè cinese della madre, Nana. Il servizio da tè era la sola reliquia che Nana conservasse della propria madre, morta quando lei aveva due anni. Custodiva con venerazione ciascuno dei pezzi di porcellana bianca e azzurra: la teiera dal becco elegantemente ricurvo, i fringuelli e i crisantemi dipinti a mano, sulla zuccheria il drago che doveva allontanare il malocchio.
Fu quest'ultimo pezzo che scivolò dalle dita di Mariam andando in frantumi sulle assi di legno del  pavimento della kolba.
Quando Nana vide la zuccheriera, si fece rossa in viso, il labbro superiore ebbe un tremito e gli occhi, sia quello buono che quello guasto, fissarono Mariam con uno sguardo inespressivo, immobile. Era così fuori di sé da far temere a Mariam che il jinn sarebbe entrato nuovamente nel corpo della madre. Ma il jinn non si presentò, non quella volta almeno. Nana, invece, afferrò Mariam per i polsi, se la tirò vicina e a denti stretti le disse: «Sei una piccola, goffa barami. Questa è la ricompensa per tutti i sacrifici che ho fatto per te. Rompere l'unica mia eredità, piccola goffa harami».
A quel tempo, Mariam non aveva afferrato. Non conosceva il significato della parola harami, bastardo. E non era abbastanza grande per rendersi conto dell'ingiustizia, per capire che la colpa era di chi aveva messo al mondo l'harami, non dell'harami stesso, il cui solo peccato era di essere nato. Mariam aveva avuto il sospetto, dal modo in cui Nana aveva pronunciato la parola, che l'harami fosse una cosa brutta, schifosa, come un insetto, come gli scarafaggi che correvano veloci mentre Nana li copriva di maledizioni scopandoli fuori dalla kolba.
Crescendo, Mariam aveva capito. Era il modo in cui Nana proferiva la parola - sputandogliela in faccia - che l'offendeva nel profondo. Allora aveva compreso cosa voleva dire Nana, che un harami era qualcosa di indesiderato; che lei, Mariam, era una figlia illegittima che mai avrebbe potuto rivendicare di diritto le cose che gli altri possedevano, come l'amore, la famiglia, la casa, l'essere accettata.
Jalil non la chiamava mai harami. Jalil diceva che lei era il suo fiorellino. Gli piaceva prenderla in braccio e raccontarle storie, come la volta in cui le aveva detto che Herat, la città dove Mariam era nata nel 1959, un tempo era stata la culla della cultura persiana, la patria di scrittori, di pittori e di sufi.
«In questa città non si poteva stendere una gamba senza dare una pedata in culo a un poeta» le aveva detto ridendo.
Jalil le aveva raccontato la storia della regina Gauhar Shad, che nel XV secolo aveva eretto i famosi minareti, come un'ode alla sua benamata Herat. Le aveva descritto i campi verdi di grano che circondavano la città, i frutteti, le vigne cariche di floridi grappoli, gli affollati bazar dai soffitti a volta.
«C'è un albero di pistacchio» disse Jalil un giorno «e sotto l'albero, Mariam jo, è sepolto niente meno che il grande poeta Jami.» Si chinò su di lei sussurrando: «Jami è vissuto più di cinquecento anni fa. Davvero. Ti ho accompagnata una volta, a vedere l'albero. Eri piccola. Non puoi ricordare».
Era vero. Mariam non ricordava. E pur vivendo per i primi quindici anni della sua vita a un passo da Herat, non avrebbe mai visto quel famoso albero. Non avrebbe mai visto da vicino i famosi minareti e non avrebbe mai colto i grappoli delle vigne di Herat, né avrebbe mai passeggiato nei suoi campi di grano. Ma ogni volta che Jalil le raccontava quelle storie, Mariam lo ascoltava estatica. Fremeva di orgoglio ad avere un padre che sapeva cose simili.
«Bugie belle e buone!» diceva Nana dopo che Jalil se n'era andato. «Un pezzo grosso che le spara grosse. Non ti ha mai portato a vedere nessun albero. E tu non lasciarti incantare. Ci ha tradite, il tuo adorato padre. Ci ha buttate fuori. Ci ha buttate fuori dalla sua grande casa lussuosa come se non contassimo nulla per lui. L'ha fatto a cuor leggero.»
Mariam ascoltava compunta. Non avrebbe mai osato dire a Nana quanto le dispiaceva che parlasse di Jalil a quel modo. La verità era che, accanto a lui, Mariam non si sentiva affatto una harami. Per un paio d'ore ogni giovedì, quando Jalil veniva a trovarla, tutto sorrisi, doni e affettuosità, Mariam sentiva di meritare tutta la bellezza e la bontà che la vita aveva da offrire. E per questo amava Jalil.




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