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commento
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ISTANBUL di Orhan
Pamuk
Titolo originale: Istanbul. Hatiralar ve
Sehir
© Einaudi, 2006 - pag. 388
A cura di Simonetta Cestarelli
"...Parlo del colore dei cipressi, dei boschi
bui nelle valli, delle abitazioni di legno trascurate, sgombrate e abbandonate,
delle barche arrugginite e malmesse, della poesia delle navi e delle ville
dello stretto che soltanto chi ha passato la vita su queste rive può capire;
parlo del sapore della vita tra le rovine di una civiltà una volta grande,
maestosa e originale, della voglia di un bambino, che non bada affatto
alla storia e alle epoche, di essere felice, di divertirsi, di comprendere
questo mondo, e delle indecisioni e dei dolori di uno scrittore ormai
cinquantenne, dei desideri che lui chiama vita e delle sue esperienze..."
Bella e struggente la descrizione del Bosforo che incontriamo in "Istanbul"
di Orhan Pamuk scrittore turco celebre forse più all'estero che in patria,
recentemente insignito del premio Nobel per la letteratura, premio assegnato
non solo in relazione al suo impegno come scrittore e uomo di cultura,
ma com'è messo in evidenza dalla presentazione alla premiazione a Oslo:
"nel ricercare l'anima malinconica della sua città natale, ha scoperto
nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture"
con un chiaro riferimento a questo libro.
Orhan Pamuk in questo romanzo ripercorre la sua vita; figlio di una famiglia
benestante, un'infanzia senza scossoni agitatamente serena e piena di
affetti , seguita da una adolescenza ricca di letture,il seguente approccio
con la pittura; gli affetti della famiglia che vive tutta nel bel Palazzo
Pamuk, dove tutt'ora lo scrittore conserva il suo studio, i momenti felici,
insieme ai litigi dei genitori contribuiscono a descrivere una autobiografia
dello scrittore.
Il racconto apre poi finestre sul mondo esterno fatto degli avvenimenti
e la storia della città con l'aiuto dei giornali dell'epoca per poi ripiegare
ancora sulle vicende personali; i rovesci economici della famiglia e ancora
l'amore per il mare. Ricche e bellissime le pagine che descrivono il Bosforo,
i sobborghi, la sua vita di bambino sempre in rivalità con il fratello,
la partenza per gli Stati Uniti e la conclusiva certezza di avere capito
che cosa voleva fare della sua vita e cioè "essere uno scrittore".
La cronologia dei capitoli è dettata dall'incedere della narrazione non
ha un filo logico apparente se non quello dei ricordi che come per tutti
seguono le emozioni.
L'Istambul di Pamuk non è solo uno scenario al racconto, diventa soggetto,
si anima della sua storia di una sua identità e diventa a sua volta protagonista
del libro. Fotografie di Pamuk bambino, della famiglia e degli interni
familiari e fotografie in bianco e nero della città, prevalentemente immagini
invernali, che fanno da supporto visivo alle descrizioni. Istanbul in
bianco e nero come ce la racconta quasi priva di colori ma solo un gioco
di luci ed ombre che raccontano tristezza e malinconia per un passato
glorioso e purtroppo perduto, i cui fasti si riconoscono nelle rovine,
nelle case decrepite che conservano il ricordo di quello che Istambul
è stata l'opulenza dei tempi passati di un impero che decadendo non è
riuscito a contrapporsi all'inevitabile attacco della modernizzazione.
Qui come negli altri libri Pamuk riprende il tema dell'appartenenza e
dell'identità attraverso la tristezza "huzun" di cui parla appassionatamente
Pamuk, una tristezza che racchiude sia il fascino della città quanto i
suoi limiti, che sente quasi come suoi frutto della storia importante
di un impero ottomano tramontato, della conseguente miseria, il degrado
il senso di sconfitta, la crescita demografica ,le guerre perse una dopo
l'altra e l'occidentalizzazione.
Le descrizioni di Pamuk ci trascinano nei vicoli della città quei luoghi
non turistici che nessun turista vede nel tentativo di ricostruire una
Istanbul libera dalla miseria e dalla tristezza per ridarle quel fascino
quella languida malinconia che ancora oggi traspare dietro l'inevitabile
occidentalizzazione.
Come dice lo stesso autore "Tutto attorno c'è molto rumore, e cemento,
dappertutto. Ma i cambiamenti di superficie non significano niente: a
conoscerla davvero, questa è la Costantinopoli di sempre. Il suo fascino
è intatto."

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