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Il Canto delle Parole Perdute di Andrés Pascual

A cura di Silvia  (10/2012)
Voto:


Quando ho iniziato questo libro dopo un paio di giorni ho dovuto interromperlo. Sognavo i paesaggi devastati di Nagasaki, bombardamenti, campi militari... Non lo so perchè. Non posso di certo incolpare l'autore, la sua scrittura per quanto diretta è anche delicata, sensibile; non affonda una lama nel cuore del lettore, piuttosto tenta di curare delle ferite e di dare dignità a un popolo abituato troppe volte a cadere per poi rialzarsi. C'è sensibilità nella penna di Pascual, ma anche una verità che per quanto raccontata con delicatezza mi ha fatto male (sto diventando troppo sensibile? Io??? Naaa). Eppure ricordare per quanto infligga dolore e sofferenza, va fatto, perchè ognuno di noi è il frutto di quello che è stato.


"Se realmente vuoi sapere ciò che sarai nel futuro,
guarda che cosa stai facendo adesso."


È il 1945 e Kazuo e Junko sono due ragazzini prossimi al loro primo bacio quando gli americani scagliano la seconda bomba atomica in suolo giapponese distruggendo all'istante sogni e speranze di 70.000 anime. 
Passano gli anni. Passano due generazioni.
Emilian, il nuovo protagonista, è un fervente sostenitore del nucleare e ha grandi progetti in merito, ma quando conosce Mei - e si ritrova a stretto contatto con la cultura nipponica - inizia a comprenderne l'essenza più profonda e significativa che non è solo fatta di meditazione, tè, e fiori di ciliegio, ma di una saggezza che le parole non possono esprimere.
Mei altri non è che la nipote di Junko, miracolosamente sopravvissuta al nucleare e invecchiata con un grande rimpianto. Non aver dato quel bacio così disperatamente atteso a  Kazuo. Ma lui sarà vivo? Secondo Mei sì...

E così iniziano le ricerche, inizia la relazione tra Emilian e Mei, iniziano i dibattiti morali. Nucleare: sì o no. Tante risposte sono scontate. Questo libro non solo dopo poche righe ti fa conoscere quella faccia del Giappone prima e dopo la Guerra, ma il caso vuole che arrivi anche sugli scaffali delle nostre librerie proprio adesso, quando Tokyo è da poco dovuta scendere a patti con la Natura e la Tecnologia per l'ennesima volta. E l'autore stesso se ne rende conto, capisce di tirare in ballo una questione spinosa e attualissima.... e si scusa quasi per questo.

Ma questo libro dice altro. Ci dice che forse una bomba - ma anche un terremoto, uno tzunami, e qualsiasi altro cataclisma - potrà portarsi via case, alberi, vite intere, ma non le parole. Quelle restano, si rincorrono nel tempo, scavalcano montagne, attraversano fiumi, e hanno una forza tale che nessuno potrà mai fermare.

Il Canto delle Parole Perdute è in definitiva un buon romanzo, con un bel messaggio, e mi dispiace recensirlo solo adesso, avendolo finito ormai da tempo, ma mi è venuto difficile parlarne. Però è stato un bene, perchè ho metabolizzato una cosa. A distanza di tempo mi riaffioravano alla mente anedotti, battute, situazioni, ma non le emozioni di Emilian e Mei. E questa cosa mi è dispiaciuta. Questa cosa mi ha fatto riflettere. Infatti mi capita spessissimo nei romanzi con una doppia narrazione temporale di amare sempre di più quella del passato o quanto meno di amarle diversamente, di non riuscire ad amalgamarle come andrebbe probabilmente fatto. Ed è stato così anche questa volta. Kazuo e Junko li ho nel cuore. Emilian e Mei li ho lasciati nel libro. Una cosa però è certa: per l'amore non c'è tempo, non c'è nazione, non c'è razza e non c'è cultura. Sembra scontato ma la storia ci insegna che non sempre lo è.
Voto: 7,5


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Titolo originale

El haiku de las palabras perdidas

Casa Editrice 
Corbaccio, 2012

Genere
narrativa, drammatico, storico

Prezzo € 16,49
Pagine 391