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DUMA KEY di Stephen King
Titolo originale: Duma Key
© Sperling & Kupfer, 2008
Pagine 741
A cura
di Ema
Il ritorno del Re. Non è la terza parte della saga cinematografica de
“Il Signore degli anelli”, è semplicemente il ritorno alle stampe del
grande Stephen King che dopo anni di buio ci ha regalato un altro dei
suoi indimenticabili capolavori.
Duma Key riassume tanto dello stile di King, e qualcuno sicuramente contesterà
le tante analogie con altri scritti (a me vengono subito in mente Mucchio
d’ossa e Rose Madder), ma il risultato questa volta è di valore, un Romanzo
che ti leva il sonno e ti riempie della sua Trama, rendendoti schiavo
della sua drammaticità.
Torna lo Stephen King crudele, il King delle anticipazioni e dei personaggi
“robusti”, caratterizzati con maestria e ardore. Edgar Freemantle e l’amico
Wireman sono due colossi, due pezzi da novanta in una storia che fatica
a decollare, ma che quando è “in volo” non si risparmia e ti conduce verso
la conclusione tra mille colpi di scena e un pathos che il Re sembrava
aver sepolto in cantina.
Un King cinico e risoluto, macabro e demoniaco rende Duma Key un luogo
“paradisiacamente infernale”, con la soffocante presenza del Male che
permea ogni pagina.
Ormai non si può più prescindere dalle voci che sostengono che King venga
supportato da aiutanti e che non scriva più un Romanzo completo da anni.
Non voglio prendere posizioni, anche se “Cell” e “La Storia di Lisey”
sembrano veramente usciti dalla penna di qualcun altro: mentre il primo
sembra ricopiato da “L’ombra dello scorpione”, il secondo è veramente
pietoso, indegno di un autore come King.
Duma Key invece è un Romanzo potente, forse un po’ lento nella prima parte,
ma sicuramente degno di un autore come King… se poi non l’ha scritto lui…
beh, tanto di cappello al “ragazzo ombra”, un vero erede del Re!
A cura di Anna Maria Pelella
Edgar Freemantle sopravvive ad uno spaventoso incidente, ma la sua vita
non sarà mai più la stessa. Non tanto per i danni riportati, quanto per
le conseguenze che l'incidente ha avuto sulla sua visione del mondo e
sui suoi rapporti con gli altri. Ritiratosi a vivere a Duma Key inizia
a disegnare la vista del golfo su cui la sua casa si affaccia e, nel frattempo
conosce i suoi vicini. Ben presto gli sarà chiaro che anche se nell'incidente
ha perso qualcosa, il soggiorno a Duma gli aprirà le porte di un nuovo
talento. Ma non sarà un regalo.
Duma Key non è solo un luogo. Trovandoci in una
storia di King, Duma Key è innanzitutto una porta. La vetrata che si apre
sul golfo del Messico in realtà ci mostra anche "altro". Un nave, ad esempio.
O i suoi strani passeggeri, chissà.
Eddie si scopre pittore e nello stesso tempo gli appare chiaro che la
sua nuova dote non è soltanto quella di saper disegnare bene. Le sue scoperte
capacità lo portano in contatto con il passato della casa, e della sua
strana vicina. E quello che emergerà alla fine, come il lettore di King
ormai sa bene, non sarà affatto piacevole. Ma quello che sarà evidente
sin da subito, è che la presenza di Eddie sulla penisola farà da catalizzatore
di cose che sarebbero dovute restare sepolte per sempre. Leggermente ispirato
ad un vecchio racconto dello stesso King, Il Virus della strada va
a nord, questo Duma Key rende avvincente un tema non originalissimo,
quello del talento per la pittura che nasconde altro. Già Palahniuk lo
aveva esplorato nel suo Diary, ma qui King sfrutta a dovere l'idea
di base e, con la consueta maestria accompagna il lettore in una riflessione
amara circa il destino ultimo di ciascuno.
La storia prende le mosse dall'ormai arcinoto incidente in cui King stesso
anni fa riportò seri danni fisici, e con il talento che ha reso famoso
il suo lavoro in tutto il mondo egli ne fa la base per le sue personali
divagazioni sull'orrore. Appare subito chiaro al lettore che King ha un
modo tutto suo di elaborare i ricordi dolorosi: li mastica fino a renderli
materia per il suo lavoro e solo allora, forse, se ne libera. Il lento
emergere di Eddie nel letto dell'ospedale dove sorprendentemente si è
risvegliato da un incidente che lo avrebbe dovuto uccidere, è la parte
più avvincente. Senza neanche un'ombra del soprannaturale che prenderà
possesso in seguito della storia, questa parte ci porta ad attraversare
tutto l'orrore che deve aver significato per King la sua lunga convalescenza.
Eddie si sveglia arrabbiato, talmente furioso da prendere per il collo
sua moglie, che a questo punto si affretta a divenire ex. Su consiglio
del suo terapeuta Eddie si trasferisce sulla costa, e là si dedica ad
una sua vecchia passione, il disegno. Il panorama sembra ispirare il suo
lavoro e quando arriverà a dipingere quadri che addirittura meriteranno
una mostra, il lettore ha già abbondantemente capito che la storia ha
preso una piega inquietante.
L'intero racconto è sottolineato dal ritmico frangersi delle onde sotto
la vetrata della casa, e tutto quello che Eddie disegnerà avrà un suo
significato. Dapprima saranno solo cose che non potrebbe conoscere, e
poi cose che sarebbe meglio non accadessero. King usa tutto il suo talento
per avvincere il lettore, e la prima parte, lenta e descrittiva rimane
la migliore, dal momento che viaggiare in alcuni casi è assai più interessante
dell'approdo stesso. Anche se in questo caso l'epilogo del lungo viaggio
non è che una conclusione come un'altra tesa a sottolineare, semmai ce
ne fosse bisogno, il fatto che King è cresciuto davvero. I suoi ultimi
lavori hanno qualcosa in più rispetto ai precedenti, sono maturi. Come
già in La storia di Lisey King privilegia il racconto in sè, e le trovate
linguistiche, come anche i contenuti personali, hanno la meglio sulla
trama tout court. L'orrore che permeava i suoi precedenti lavori, ultimamente
è divenuto più sottile, ma non per questo meno terribile. Se dapprima
un libro di King poteva esser agevolmente definito sanguinolento, adesso
quello che contraddistingue i suoi romanzi è il continuo strisciare alle
spalle del lettore di orrori tanto più sottili perchè molto più quotidiani.
E se la parte meno avvincente è proprio il finale, deve essere perchè
tutto il fascino sta nel seguire il dipanarsi di una storia che alla fine
non è che un pretesto per l'espressione del vero talento che è dietro
ogni grande scrittore, quello per la narrazione.
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