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DIARY di Chuck Palahniuk
Titolo originale: Diary
© Mondadori collana Strade Blu, 2004
Pagine 286
A cura di Anna Maria Pelella
Misty è una donna che ha molti problemi. Un marito in
coma, una famiglia assai strana e una figlia non esattamente come lei.
Vive su un'isola di cui non conosce i misteri, ma nei quali si trova coinvolta,
con una crescente preoccupazione per la propria salute mentale e per lo
strano talento per la pittura che ha scoperto di avere. Il turismo di
cui l'isola vive sembra creare non pochi problemi, ma lei ha i suoi, tra
cui una serie di imbarazzanti rivelazioni sul suo conto di cui il suo
ambiente circostante comincia ad essere disseminato. E lei tiene un diario.
Questo libro è un diario. Non uno comune ovviamente,
trattandosi di Palahniuk è il resoconto di un delirio. La storia che contiene
è a tratti grottesca e a volte fa paura, ma non è certo roba di tutti
i giorni trovarsi con un marito in coma per aver tentato il suicidio,
un marito che aveva ristrutturato case da cui adesso cominciano a sparire
le stanze.
"il tempo previsto per oggi è inquietudine crescente con rovesci di
terrore" non è esattamente il genere di annotazione che si troverebbe
nel diario di una persona serena, e che dire di cose come "se viene
fuori che il primo uomo che ti guarda le tette dopo quattro anni è un
poliziotto, tu bevi. Se si scopre che sa già come sei da nuda, tu bevi
due volte, e fattelo doppio". Non male per una persona che aspira
alla normalità borghese, anche se magari ha un talento per la pittura
di cui non vuole essere consapevole, e se per caso quel talento la mette
in contatto con donne morte da secoli il cui talento le aveva in precedenza
uccise.
Le stanze sparite ad un certo punto risultano murate, e sulle pareti vi
sono delle scritte, sembrano comunicati terroristici, e di sicuro contengono
imbarazzanti verità sul conto di Misty, la redattrice del diario, potenziale
vedova, cameriera a tempo pieno e sospetta pittrice. Stando alle annotazioni
sul diario, il compito di una figlia è rompere le palle alla madre, forse
è vero, ma in questo caso quello di Tabby, la figlia di Misty sembra molto
più preoccupante…e poi che pensare di Angel, grafologo amante di Jung
e stranamente interessato alla sindrome di Stendhal?
Palahniuk ci regala un libro intrigante, metà Figth
Club e metà Rosemary's Baby, i personaggi risultano affascinanti e
un clima di paranoia pervade il tutto senza mai risultare pesante.
Tralasciando per una volta le sue consuete ambientazioni urbane ci porta
in una sinistra località turistica che niente ha da invidiare alle città
a cui ci aveva in precedenza abituati. E con l'originalità che contraddistingue
la sua prosa ci accompagna nella sua personale visione dell'uso dell'arte
in un contesto per così dire alternativo. Misty ha dalla sua una lucidità
che le rende impossibile non notare le contraddizioni della cittadina,
e il progressivo tentativo di risucchiarla che l'intera comunità sembra
mettere in atto.
Il finale verso il quale corre veloce l'intera storia è quanto di più
inquietante si possa intuire dietro la facciata di antichità e rispettabilità
che cela al mondo il vero volto dell'isola. E Palahniuk è il solo autore
contemporaneo a raccogliere l'eredità dei precedenti cantori delle angosce
esistenziali, che tanto hanno scritto sulle paranoie del vivere sotto
la costante minaccia dell'inglobamento.
I contenuti di critica sociale, altrove presenti nella sua opera qui sono
un tantino stemperati a favore di una rabbia tutta personale per le invasioni
turistiche. Misty è l'agnello sacrificale sull'altare della conservazione
dello status quo, e anche se alla fine non è del tutto possibile condividere
le strategie di sopravvivenza di una comunità di discendenti dal Mayflower,
non si può certo dire che tutta questa resistenza al cambiamento sia estranea
al nostro attuale modo di vivere.
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