NOTTE DI MARE

La violenza della Musa di Psychochild
(vincitore del concorso)


Le persone in genere trascurano la notte vivendola senza pensarci o semplicemente lasciandola scorrere.
Avevamo gli orli dei pantaloni bagnati e le zanzare impazzite che ci ballavano intorno pronte a bere il nostro sangue, per quanto amaro potesse essere…avrebbero avuto una brutta sorpresa.
L'unica luce ad illuminarci era la luna, e il suo riflesso sull'acqua che tremava con i nostri movimenti.
Lentamente avanzavamo sulla riva paludosa di quel mare che, partendo da un bosco si espandeva all'infinito, forse fino all'oceano, forse fino all'altra parte dell'universo con il suo movimento ondeggiante di inchiostro nero che sembrava potesse entrarti nell'anima e soffocare ogni suono, rallentare ogni movimento e placare tutto ciò che di violento ci fosse stato.
Folletti illuminavano la strada…o almeno nelle nostre menti era così.
Non sapevamo né dove né perché, ma c'erano e ci giravano intorno come le zanzare, senza però darci il desiderio di vedere i loro cadaveri schiacciati sulla nostra pelle.
Il riflesso della luna quasi piena entrava dimessamente in una piccola grotta invasa dal mare.
Vi entrammo.
I nostri passi nell'acqua iniziarono a produrre un'eco continua e amplificata.
Tutto era umido, comprese le pareti incrostate di sale e i piccoli scogli che altro non erano che escrescenze della grotta stessa, anche gli insetti lì dentro erano umidi.
Otto piedi bucavano l'acqua generando piccole onde concentriche che si scontravano e si fondevano fluide tra loro dando vita a strane geometrie ravvivate dal riflesso della luna.
Ci sedemmo su quattro gradini di roccia e guardammo le nostre sagome nere che muovevano le teste verso le altre teste.
I folletti e le lucciole aspettavano fuori …facevano da guardia alle paure infantili.
Il mio viso fu illuminato dalla fiamma dell'accendino, e poi dal più debole ardere del tabacco. Dopo una decina di secondi la cosa si ripeté sulla sagoma di fronte a me.
"Siamo arrivati" dissi moderando la voce.
Vidi le sagome che cercavano di guardarsi.
"Non so nemmeno perché" continuò la sagoma che avevo accanto.
"Continua" lo pregai "Non lo so, è troppo complesso - aggiunse - potessi semplicemente parlare di bisogno di qualcosa, allora saprei di cosa parlo . . . ma di cosa ho bisogno?"
"Che la testa smetta di far male?" chiesi
"Che tutto esca fuori una volta per tutte?"chiese la sagoma con la sigaretta.
"Il mare è grande - disse il quarto - non ha bisogno di soffrire per essere completo."
Non conoscevo bene quegli uomini.
Anzi, a dirla tutta non li conoscevo proprio.
Ci incontrammo al bar…scrittori anche loro, o qualcosa del genere.
L'uomo accanto a me era tormentato da una musa invisibile e sconosciuta che non voleva uscire dalla sua testa.
Fa male, quando è così.
Pensava addirittura di uccidersi, non so perché ma lo dissuasi da quell'estremo proposito…sembrava una buona compagnia.
Inoltre la sua cravatta blu mi piaceva. . .
L'uomo che fumava di fronte a me era un romanziere…almeno a suo dire…un romanziere fallito, penso, alcolizzato fino al midollo e quando era sobrio non valeva più di un pezzo di legno mangiato dai tarli.
Il quarto era un poeta, uno di quelli che stanno in giro tutto il giorno col blocchetto di fogli in tasca e stanno secoli a guardarti dritto negli occhi finché non li stendi con un pugno…poi tutti felici tornano a casa, scrivono di quell'uomo rude che nasconde qualcosa nelle profondità dei suoi occhi lucidi e che quel qualcosa difende con la forza perché ha paura che glie lo rubino, infine vanno a letto (rigorosamente soli ) e il giorno dopo si svegliano in mezzo al casino apocalittico del loro appartamento, rileggono quello che hanno scritto il giorno primo, se ne vergognano immensamente, perché ormai non sono più loro, stracciano il foglio e vanno a cercare altro di cui scrivere.
Io invece. . .Un po' di uno po' dell'altro… non so nemmeno io a che categoria potrei assegnarmi.
Questi uomini al bar mi incuriosirono e li avvicinai uno ad uno.
Avevo in mente di crearmi una compagnia.
Ne avevo appena mandato un paio a quel paese…i soliti bellimbusti dal petto gonfio che solo perché hanno una casa editrice che bacia loro il sedere e li costringe a scrivere quello che la gente vuole, si credono perfetti e superiori a tutti. . . Cercavo una compagnia, forse cercavo solo dei falliti come me per non sentirmi inferiore.
Non che mi facesse sentire migliore tutto questo, ma almeno mi sentivo un po' meno solo e forse anche più normale.
Una volta riunita quella piccola compagnia di colti disgraziati mi chiese il poeta.
"E adesso?"( i soliti edonisti, i poeti )
"E adesso cosa?" chiesi incuriosito
"Che facciamo?"
"Andiamo in un posto silenzioso e nascosto al mondo" propose l'uomo che cercava la sua musa.
Il romanziere lo guardò come se fosse il più grande idiota dell'intero pianeta.
"A quale scopo?" gli chiese infine
"Ognuno può leggere agli altri qualcosa di proprio… potrebbe portarci un po' di ispirazione"
"Potrebbe essere una cosa positiva"dissi dopo averci pensato parecchio nel silenzio lasciato calmo dagli sconosciuti.
"Beh io ci sto "disse infine il poeta.
"Allora è deciso" mi assicurai alla fine.
"Deciso" dissero gli altri uno per volta.
Restammo ancora un po' là dentro a guardarci negli occhi come dei deficienti. . . Che poi, nemmeno ci vedevamo.
Rientrai a casa che era quasi l'alba, mi tolsi i vestiti umidi e mi sedetti sul letto.
Con i gomiti sulle ginocchia stetti un po' ad osservare la luce arancione dell'abat-jour e cercare la risposta a domande indefinite. Alla fine decisi che odiavo le abat-jour, la staccai e la misi nell'armadio. Il cielo lentamente iniziava a schiarirsi e mi imposi di dormire.
Mi sdraiai senza nemmeno disfare il letto e chiusi gli occhi.
E l'alba arrivò, grande com'era, con l'infinito dietro di lei, a spalancare violentemente le porte dell'anima.
Finsi di dormire nonostante insistesse nel chiamarmi.
Veloce come le luci su un'autostrada la notte corse via il giorno e giunse ancora la notte con le sue urla di paura e le sue carezze consolatrici.
Ci vedemmo alle 3 davanti alla grotta.
Il poeta entrò per primo e accese una candela.
"anche l'atmosfera è importante per trovare l'ispirazione"
Così commentò il suo gesto, quasi si sentisse in obbligo di fornire spiegazioni.
Uno ad uno iniziamo a leggere dei brani… tutte le poesie parlavano di disagio.
Passammo la notte a chiederci il perché di questi disagi e tornammo a casa con la convinzione che fossero dovuti alla nostra diversità dagli altri.
Così passarono anche le successive notti, in ogni giorno che passava lasciavamo un po' della nostra umanità per incarnare sempre più l'immagine dello scrittore.
Questi discorsi iniziavano a piantare nel nostro cervello i semi della paura.
Ogni notte rientravo a casa più stanco e distrutto.
Dopo una settimana mi resi conto che stavo ricominciando a perdere i capelli.
Fumavo un pacchetto al giorno e bevevo più di prima.
"Magari presto mi ritroverò pure con qualcosa da scrivere" pensai con un mezzo sorriso.
Ogni giorno arrivava la notte e ogni giorno era più violenta e cruda.
Ogni notte la luna era più grande.
"Mi son venduto a quella stronza giusto perché ne avevo bisogno. . .Ed era l'unica cosa che sapevo fare. . "disse il poeta.
"Ne ho bisogno…tutto qui"questo era l'uomo dall'ispirazione difficile…quella notte era particolarmente nervoso, penso che la musa che ospitava stesse per farlo esplodere…era palese che la stesse odiando.
Nonostante tutto, la sua immancabile cravatta blu sembrava denotare una certa pacatezza in lui.
"Anche io ne sento il bisogno, e inoltre lo trovo gratificante, poi di vendere o no poco mi importa. . . E tu ? perché scrivi?"chiesi al romanziere dopo aver detto la mia.
"Mi piace, mi diverto. . . Niente complicazioni né dolore"
Dormii più del solito quella notte, al bar non c'era nessuno e per strada solo persone che non conoscevo e verso le quali non provavo alcun interesse.
Quella notte il romanziere si presentò fiero con una donna al fianco.
Come fosse la più grande conquista alla quale ambisse dalla nascita, non attendeva altro che sfoggiarla.
Il poeta lo guardò con disprezzo quella notte, e, con ancora maggiore disprezzo, guardò lei che non parlava, ma si limitava a fare da accessorio al romanziere.
L'uomo distrutto sembrava quasi averne timore.
Parlavamo dei momenti che più ci ispirano.
Dissi che per me contavano molto le luci e i suoni.
Il romanziere rise, era così sicuro di sé adesso che aveva lei accanto che era quasi insopportabile. Così uscii fuori con la scusa di guardare la luna. Mi accesi una sigaretta, ma non volli ascoltare ciò che dicevano all'interno.
Avevo perso tutto il mio interesse in loro per quella sera.
Dopo 5 minuti l'uomo consumato dai dolori della sua musa mi passò davanti di corsa.
"Ehi" lo chiamai, ma non mi rispose e continuò a correre come se avesse avuto la morte alle spalle. Mi avvicinai all'ingresso e sentii un colpo che fece rimbombare la grotta e vibrare l'acqua.
"Solo un superficiale, solo un cazzo di superficiale, ecco cosa sei!" gridava il poeta.
Un altro colpo, poi un rumore d'acqua che si agitava, altri colpi nell'acqua.
Poi il silenzio.
Camminai all'interno della grotta.
I folletti, le fate, tutti fuggiti. . .Le paure potevano entrare là dentro.
Le sentivo strisciare sul pelo dell'acqua come serpi affamate di sangue.
Ed era quello che vidi appena accesi il mio accendino. . . L'acqua alle mie caviglie era rossa.
Il poeta era seduto su una roccia e guardava nell'acqua. Il cadavere del romanziere giaceva immobile in un angolo della grotta.
La donna stava immobile, come se niente fosse accaduto e si guardava intorno con la stessa aria inebetita che aveva prima.
Sapevo che sarebbe stato inutile parlare e perciò tacqui.
Lui stesso non sentì il bisogno di darmi spiegazioni. . . In effetti era tutto fin troppo palese.
Restai a guardarlo per diversi minuti finché la mia attenzione non fu richiamata altrove; Sentii un rumore di foglie che si agitavano, poi uno strano cigolio di legno. Un forte e ripetitivo fruscio di foglie. Uscii velocemente e seguii i rumori.
Le paure rimasero annidate nelle loro spire in quella grotta umida e buia.
Vidi un ramo che si muoveva affacciandomi tra gli alberi.
Pensai fosse una bestia e tornai indietro.
La luna illuminò il viso della donna che si era avvicinata all'ingresso della grotta.
In quel momento la vidi com'era.
I capelli sparsi senza il minimo ordine, bianchi come le ossa della morte, gli occhi scavati nella testa; Le rughe, profonde come i solchi di un aratro le tagliavano il viso; In bocca non aveva nemmeno un dente; Era magra come se non avesse traccia di carne in corpo.
Mi guardava, ora superba con il suo viso da demone e la sua pelle ancestrale tumefatta e incancrenita.
"Non mi sorprende il tuo aspetto - dissi - come non ha sorpreso il romanziere che ti vedeva tanto dolce e tanto simpatica; non ha sorpreso il poeta che ti trova bellissima. . . Mi chiedo perché chi più ti cercava sia fuggito. "
Finalmente parlò.
"Dura la vita del poeta, dura la sua ricerca. . . Sa, eppure nega, che la perfezione non è di questo mondo. . .Eppure continua ad inseguirla come si inseguono le ombre sul suolo. Poiché ciò che cerca è tanto astratto egli può vederlo ovunque e sempre ma mai se ne renderà conto se egli non partorisce la sua musa. Una volta trovata ciò che voleva, però è grande la tristezza di non poterlo trattenere, né con le mani, né con le parole, perché non ve ne sono di tanto perfette. Grande è l'angoscia di chi capisce che ha cercato inutilmente, inutilmente ha amato una nuvola nel cielo, un'onda del mare, un soffio del vento"
Senza dirle niente voltai le spalle e mi allontanai.
Passai accanto al ramo che si muoveva.
Guardando con attenzione vidi l'uomo che si era liberato della sua musa. . . ma non dell'angoscia dell'inadattezza delle sue parole.
Legato al ramo con quella cravatta blu che denotava tanta pacatezza nel suo animo.
La bocca spalancata che ancora sembrava cercare aria.
Gli occhi sporgenti e iniettati di sangue.
Decisi che avrei lasciato tutti alla loro pace e sarei rientrato a casa.
All'improvviso esplose l'alba e il suo occhio immenso iniziò a fissarmi, la sua bocca a parlarmi.
Era la mia perfezione.
Stetti ad osservarla e piansi. Si bloccò il tempo e passai anni con gli occhi bloccati su lei.
Non c'erano parole per dire cos'avevo dentro, la mia musa gridava in me, ma sapevo che non avrei potuto far nulla di meglio che stare ad osservarla. Rientrai a casa e mi misi a dormire.
Il letto mi insultava e mi chiamava fallito, patetico, vigliacco. . .
Lo mandai a quel paese e mi lasciò dormire.


Triste il poeta:
appena si accorge quanto sia bella la notte
è già mattina. . .


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